In ricordo di Alberto Marradi

Ricordo di Juan José Primosich: Alberto non improvvisava

Da quando ho saputo che Alberto è morto continuano a tornarmi in mente delle storie.

Forse è il modo giusto per ricordarlo, perché ad Alberto piaceva moltissimo raccontare storie.

Quando veniva a Buenos Aires era solito organizzare riunioni con alcune persone, tra le quali ho avuto la fortuna di esserci anch’io, per discutere qualche questione di lavoro. Ci incontravamo, discutevamo quello che c’era da discutere e, a un certo punto, la riunione finiva.

Alberto no.

Rimaneva altre due ore a raccontare storie.

Storie dell’università, dei suoi viaggi, dei suoi allievi, dell’Italia, dell’Argentina, dei personaggi che aveva conosciuto. Una storia ne portava un’altra, e poi un’altra ancora.

Con gli anni ho capito che anche quelle due ore facevano parte delle riunioni.

Alberto è stato mio professore e ha diretto la mia tesi del Master in Metodologia della Ricerca Sociale. Ma, soprattutto, è stato il mio maestro. Uso questa parola con una certa cautela: conoscendolo, probabilmente mi chiederebbe di precisare l’intensione e l’estensione del concetto.

Con Alberto, infatti, non ho imparato soltanto metodologia. Ho imparato filosofia della scienza.

La mia tesi di master fu, in buona misura, il risultato di quell’apprendimento. Con lui ho imparato che, prima di domandarci con quale tecnica studiare qualcosa, ci sono domande precedenti e più difficili. Che cosa possiamo conoscere? Quale rapporto esiste tra ciò che vogliamo conoscere e ciò che possiamo effettivamente osservare? Che cosa facciamo quando costruiamo un concetto? Che rapporto c’è tra un concetto e i suoi referenti?

Ho imparato, soprattutto, una disposizione quasi ostinata a distinguere.

A non chiamare due cose diverse con lo stesso nome semplicemente perché è comodo farlo. A non confondere il metodo con la tecnica, una proprietà con la sua definizione operativa, ciò che osserviamo con ciò che inferiamo a partire da ciò che abbiamo osservato.

Molti anni dopo continuo a scoprire quella traccia nel mio modo di pensare.

Proprio il giorno prima di sapere della sua morte stavo discutendo un problema della mia tesi di dottorato. Cercavo di spiegare perché fosse necessario distinguere due operazioni che altri tendevano a riunire sotto una stessa denominazione. A un certo punto mi sono ascoltato e ho pensato: questo è assolutamente marradiano.

Il giorno dopo ho saputo che Alberto non c’era più.

C’è un’altra storia che gli piaceva raccontare.

Diceva che nessuno dei suoi tesisti riusciva a consegnargli una tesi senza che ogni pagina tornasse con almeno una sua correzione. Uno dei suoi allievi, raccontava divertito, aveva addirittura incorniciato l’unica pagina che Alberto gli aveva restituito senza una correzione.

Quando gli consegnai la mia tesi di master, una ventina di pagine tornarono senza una sola correzione.

Non le ho mai incorniciate.

Adesso penso che avrei dovuto farlo.

Ma il rigore di Alberto non riguardava soltanto le tesi.

Conservo un suo documento su Buenos Aires che è, a suo modo, un piccolo monumento al Marradi che non improvvisava. C’è scritto come andare da un posto all’altro, quale autobus prendere, dove scendere, quale percorso scegliere se pioveva e perfino a quale fermata bisognava scendere per evitare che l’autobus entrasse in un tunnel. C’è scritto dove erano conservate le copie delle chiavi e quale chiave apriva ciascuna porta.

Alberto non improvvisava.

O forse sarebbe più giusto dire che organizzava minuziosamente tutto ciò che poteva essere organizzato, lasciando così spazio a ciò che non poteva esserlo: una discussione, un problema, un’idea. O una storia che ne faceva venire in mente un’altra e trasformava una riunione di un’ora in una conversazione di tre.

Oggi mi colpisce anche un’altra piccola ironia.

Molti anni fa Alberto aveva lavorato con Umberto Eco. Io sono sociologo e metodologo e sto terminando una tesi di dottorato che mi ha portato a dialogare — e qualche volta a discutere — con dei semiologi.

Gli oggetti, nel frattempo, sono cambiati enormemente. Oggi mi occupo di piattaforme digitali, tracce, strumenti computazionali e grandi modelli linguistici. Sono problemi che non esistevano quando studiavo con Alberto.

Eppure, quanto più nuovi sembrano i problemi, tanto più spesso mi ritrovo a formulare domande che riconosco.

Che cosa stiamo realmente osservando?

Quale operazione stiamo compiendo?

Con quale concetto la stiamo nominando?

Fino a che punto possiamo estendere quel concetto senza modificarne l’intensione?

E, dietro a tutte queste domande, quella che forse Alberto mi ha lasciato più profondamente: che tipo di conoscenza stiamo producendo quando diciamo di conoscere qualcosa?

Credo che sia questo, almeno per me, il significato della parola maestro.

Non qualcuno di cui si continuano a ripetere le risposte, ma qualcuno che, molti anni dopo, ricompare nelle domande che ci facciamo.

Posso ricordare Alberto in molti modi.

Posso ricordare le sue correzioni e, soprattutto, quelle venti pagine che non corresse.

Posso ricordare le riunioni che finivano e le storie che continuavano.

Posso ricordare un uomo che sapeva perfettamente quale autobus prendere a Buenos Aires per non finire dentro un tunnel e che, una volta arrivato a destinazione, poteva rimanere due ore più del previsto a raccontare storie.

E posso riconoscere, ancora oggi, Alberto in una distinzione che faccio quasi senza accorgermene.

“Due cervelli pensano meglio di uno. Se si riesce a evitare il caos.”

Alberto, naturalmente, aveva pensato anche a quello.

Ciao, Alberto.

Grazie, Maestro.

Juan José Primosich
Buenos Aires