Opere di Alberto Marradi

La luna dei potenti

Editoriale a firma di Alberto Marradi su “Il discobolo” n. 48/49 (luglio-agosto 1969). Segue il testo integrale.

L’uomo ha messo piede sulla luna, ed ha marcato così la prima tappa di un’avanzata interplanetaria che forse avrà sviluppi ancor più veloci di quanto sia dato prevedere ora. In questo momento, non siamo nello stato d’animo e non nutriamo l’intenzione di unirci al coro degli osanna; d’altro canto, consideriamo un tantino ipocrita gridare all’inutilità dell’impresa, come qualcuno, ad Est e ad Ovest, ha fatto. Una volta scelta la via dell’esplorazione spaziale, uno sbarco umano sulla luna era una conseguenza ovvia — e non presentava rischi troppo diversi da altre iniziative già sperimentate con successo.

Tuttavia, poiché gli sforzi, gli orientamenti e le trasformazioni di un’epoca hanno bisogno di un simbolo, ci sembra certo che il 20 luglio 1969 marcherà ufficialmente una data nella storia della umanità come — per fare il parallelo più ovvio — il 12 ottobre 1492, in cui la prima spedizione europea toccò le coste dell’America. L’umanità non scoperse l’America, poiché una sua parte rilevante abitava già anche quella parte della terra, e aveva dato vita a forme di civiltà elevatissime; fu l’Europa a scoprire l’America, anche se per la solita presunzione euro-centrica si lusingò di averlo fatto per conto di tutto il genere umano.

Ma i popoli che abitavano là non solo non sentivano alcun bisogno di essere scoperti, ma non ci guadagnarono proprio niente: per alcuni fu lo sterminio, per altri la riduzione a condizioni di vita semiservili, per tutti la perdita brusca e definitiva dei propri riti, della propria cultura, in cambio di armi da fuoco, alcool e denaro. Del resto, anche i popoli (non i potenti) europei non ci guadagnarono niente di buono: il morbo, prima ignoto, della sifilide, e un fiume d’oro che provocò una gigantesca inflazione e permise l’inizio dell’accumulazione capitalista, con tutte le conseguenze note. Chi era povero artigiano o contadino restò tale, mentre sulla sua testa si creavano le condizioni per cui suo nipote avrebbe disceso un altro gradino nella scala della povertà e dell’abbrutimento.

Cinque secoli dopo, di nuovo l’umanità “scopre” qualcosa di rivoluzionario  —  stavolta in nome di tutto l’universo. L’illusione euro-centrica ha fatto posto a qualcosa di poco diverso, e anch’esso vecchio almeno quanto Tolomeo: l’illusione geo-centrica, per cui si tende a credere, contro ogni probabilità, che tutto l’universo sia come la luna, un deserto di sassi che attende di essere “scoperto” da noi. D’altro canto, oggi più ancora che cinque secoli fa è chiaro che i popoli (non i potenti) della terra non avranno niente da guadagnarci. Non sarà la sifilide — che ormai c’è — ma potrà essere qualche male ancora più tremendo e meno curabile. Non sarà l’oro, ma sarà sicuramente un’accelerazione del progresso tecnologico (e quindi un ampliamento della dipendenza dei lavoratori dai detentori del potere economico e politico) in direzioni non del tutto prevedibili. Non sarà la soluzione di alcuno dei problemi giganteschi, a livello planetario — la fame, le malattie, le superstizioni, l’alienazione, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo — per cui tanto si strilla e nulla si fa, da parte di chi ormai avrebbe gli strumenti per fare, o per tentare seria-mente di fare.

È quindi inutile che i popoli si rallegrino per il progresso tecnologico: il fatto che in meno di venti anni dai primi progetti l’uomo sia sbarcato sulla luna, mentre tutti i drammatici problemi dell’umanità si trascinano intatti da millenni, è un’altra prova che nulla ci sarà mai da attendersi, a favore dei popoli, da questo progresso tecnologico. Per cui ci inchiniamo alla maestria dei tecnici che hanno permesso questa e altre simili “conquiste” dell’umanità, comprendiamo l’emozione dell’opinione pubblica; ma, ripetiamo, non siamo affatto disposti a rallegrarcene e a unirci al coro degli osanna.

alma

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