Intervista di Zenia Simonella ad Alberto Marradi

Casa di campagna dell’intervistato, vicino a Vaiano (Castiglion del Lago, PG), agosto 2021.

*fotografia di Walter A. Canu dal titolo “Fratello maggiore”, Vaiano, 23 agosto 2021.


Qual è il tuo primo ricordo di infante?

Eravamo in guerra, autunno ’44. C’era stato Cassino, la liberazione di Roma e il fronte risaliva; mano a mano i tedeschi si ritiravano. Mio padre era militare. La nostra casa era a due passi dalla stazione di Pistoia, e quindi oggetto di bombardamento perché la tortuosa ferrovia Pistoia-Bologna attraversava la linea gotica.

Pistoia 1944.
Fonte: istitutostoricoresistenza.it

Con mia madre e i miei nonni materni eravamo sfollati in un paesetto sulle colline pistoiesi, a sud della linea gotica. Eravamo in una casa di contadini che aveva l’aia (termine toscano: uno spiazzo in comune fra case vicine). Era delimitata da un muretto dal quale si vedeva la vallata, a strapiombo. E lì di notte ci si riuniva a vedere Pistoia che bruciava.

L’altro ricordo è che io avevo un cavalluccio a dondolo che usavo di giorno vicino al muretto mentre guardavo la vallata.

Terzo ricordo: c’erano tra questi contadini due bambini, uno più giovane di me, l’altra più grande. Mio nonno era professore di matematica ma aveva le due culture, molto disponibile (come si dice ora), molto gioviale, molto raccontatore. La bambina, che si chiamava Rovenza, aveva scoperto che mio nonno era un ottimo raccontatore di fiabe. Quindi ogni poco insisteva perché mi facessi raccontare una fiaba.

Una certa notte vedo salire per la strada dei mostri argentei che non avevo mai visto: erano i carri armati tedeschi in ritirata che passavano per una delle poche strade che dalla Toscana andava in Emilia. Si fermano e chiedono acqua. Io ero piccolo, ma sin da allora ero un animale notturno. I contadini forniscono l’acqua e un milite per mostrarsi riconoscente vede un bambinetto con gli occhi sgranati e mi rende il bicchiere dal quale aveva bevuto dopo averlo riempito di Apfelsaft.

Passano 27 anni. Congresso di scienza politica a Monaco, 1970, io vado, al seguito di Sartori; mia moglie mi accompagna, e andiamo in un bar: ordino l’Apfelsaft (dopo la birra, la bevanda nazionale) e riconosco il sapore.


Il tuo primo amore.

È stato con un’amica della ragazza di mio cugino Roberto, che in queste cose era precoce e mi dava lezioni, che io ricambiavo segnandogli la metrica sulle poesie latine e greche con una matita sottile (allora al classico si dovevano leggere in metrica.  Ora fra breve aboliranno anche l’italiano e insegneranno solo le tre i di Berlusconi.  La faccio breve. Io avevo 15 anni, lei 13. Facciamo una prima uscita a Piazza d’Armi, il giardino pubblico di Pistoia dove andavano tutte le coppie. Era pomeriggio, lei non va alla lezione di ginnastica e ci troviamo lì. Di baciarsi neanche a parlare.  Si camminava per mano. Torno a casa. I miei cugini stavano di sopra e quindi io abbastanza regolarmente ero lì. Capito lì e trovo mia cugina che stava spettegolando con la sorella maggiore di questa ragazza. Non ho più telefonato. Non mi sono fatto più vivo. Questo per imbranataggine cosmica. Questa poverina chiese a un’amica in comune come mai avessi lasciato cadere la cosa… imbranataggine!

Andiamo a quella che mi è rimasta nello stomaco. Io sono al primo liceo, lei al quarto ginnasio: una delle più belle della scuola. Aveva l’aula in fondo a un corridoio. Io avevo l’aula a metà strada. Il mio sistema di corteggiamento era piantarle addosso due fanali quando passava. Poi c’era qualche occhieggiamento a un cineclub il venerdì, terreno di coltura di tutti gli amori studenteschi della città.  Lei stava in una grande casa con giardino su Piazza d’Armi. Un giorno la seguo, l’abbordo e, con il tipico coraggio dei timidi, le dico: “Paola, sono innamorato di te e tu lo sai. Se la cosa ti va bene lunedì ti metti il golf bianco” [un golf che aveva]. Lunedì niente golf bianco. Un paio di giorni dopo però compare il golf bianco. Ho pensato: “Adesso la seguo e le chiedo: è un pentimento tardivo o una presa in giro?”. Non lo faccio. E da allora smetto anche di piantarle i fanali addosso.

Lei nel frattempo avrà pensato: “Un imbranato terribile, ma tutto sommato come corteggiatore può andare.  Come faccio a ricuperarlo?”. Aveva un’amica del cuore che veniva a scuola in autobus e tra di loro si scambiavano bigliettini. C’era un altro che la corteggiava e cercava di prendere i bigliettini che si passavano le due. E becca due bigliettini. Su uno dei due, che ho conservato era scritto con le lettere greche: “Se tu morissi e ti dicessero che Marradi viene al tuo funerale moriresti contenta?”. Secondo me, avevano calcolato che lui lo prendesse. Lui fu leale e me lo girò.

Nella piazza d’Armi davanti a casa sua si era fermato un circo, che aveva anche una pista di autoscontri. Immagino che sarà là e mi faccio dare mille lire da mia madre. Lei non fa storie e sale. Io la tenevo stretta con la destra come un artiglio e guidavo con la sinistra.  Dopo 10 giri lei propone di andare sulla ruota del Prater per avere un po’ di pace. Ma io avevo finito i soldi. Avrei potuto dirle: “Prestami qualcosa e poi te li rendo”. Niente.

Questi furono i primi episodi di una storia di prendi-e-lascia che durò un annetto. Tra mille episodi, scelgo due passi cruciali. Durante un periodo-lascia io giravo in Piazza d’Armi con Claudio, l’amico del cuore. Anche lei girava con la sua sorellina. Io e Claudio decidiamo di rientrare. Ad un certo punto mi giro e vedo il suo golfino rosso che era arrampicato sul muretto che delimitava il suo giardino.  Appena mi vede girare la testa sparisce, ma ormai era tardi.  Ne segue ovviamente un periodo-prendi.  Finalmente decidiamo di fare il viale degli innamorati che era un sentierino che costeggiava un fiumiciattolo. Campi a destra, un bosco a sinistra. La sera prima vado ad esplorare il territorio. Vedo che c’è un ponticello che non era messo al suo posto e lo sistemo. La mattina mi presento all’appuntamento con una coperta in una borsa. E lei non fiata. Arriviamo al punto giusto ma era sparito il ponticello. Lei dice: “Ma io salto”. E io: “No, ti sporchi il vestito”. Continuiamo a camminare lungo il sentierino.  A un certo punto si trova un ponticello in muratura, ma lei si era seccata (“questo resterà imbranato tutta la vita”) e rifiuta di entrare nel bosco.


Che mestiere faceva tuo padre?

Mio padre era militare; è arrivato fino al grado di colonnello. Ci sono 3 motivi per cui uno fa il militare: uno è militarista — e non era il caso di mio padre. Uno perché la divisa piace alle signore — ed era il caso di mio padre.  E uno perché, se non ci sono guerre non hai gran che da fare; ed era il caso di mio padre. Finito la guerra l’Italia doveva sfoltire i quadri, e pertanto proposero agli ufficiali di passare in “riserva”: senza obblighi di presenza, con 4/5 dello stipendio.  Una cuccagna per mio padre, che coniugò la sua passione per la musica con un forte istinto istrionico (che ho ereditato) e si mise a fare conferenze: temi preferiti Puccini e il gruppo dei 5 russi (Borodin, Mussorgskij, Rimskij Korsakov e i minori Balakirev e Cui). Aveva comprato un grande grammofono, che funzionava per ore: a questo devo quel po’ di cultura musicale che mi è rimasta. Spesso convocava gli amici dopo cena per fare serate di ascolto.  Mia madre sosteneva di averli più volte sorpresi a dormire.

Nel ’51 andò a Vienna per il Congresso dei popoli per la pace (una manovra sovietica per indebolire il fronte interno del patto atlantico).  Tornò e allargò i temi delle sue conferenze alla bomba atomica e alle sue conseguenze.  Quell’anno c’erano le elezioni comunali, dove già si applicava la “legge truffa” (un premio di maggioranza), che nel ’53 fallì a livello nazionale. Il PCI mise su una serie di liste fiancheggiatrici al fine di disperdere voti, e mio padre non poté rifiutare di entrare in una di quelle liste (“indipendenti di sinistra”).  Nel centro di Pistoia (un trivio che si chiama “il Globo”) c’era un altoparlante che faceva propaganda per la DC.  Per mia disgrazia mia nonna, passando di lì per fare la spesa, captò la frase “Chiediamo a quel colonnello dove ha messo le stellette”.  Ho detto “mia disgrazia” per un motivo: avevo 12 anni e tutti i pomeriggi andavo a fare i compiti a casa dei nonni, sia perché stavo più tranquillo sia perché mi faceva delle merende luculliane.  Mia nonna proveniva dall’alta borghesia parmense; era cattolica e conservatrice, e aveva il vizio di borbottare. Per un paio di mesi mi dovetti sentir ripetere la frase “Chiediamo a quel colonnello…” non una, ma tre o quattro volte l’ora.  Finalmente arrivò il giorno delle elezioni. Mio padre, che non aveva ambizioni politiche, prese 4 preferenze e il borbottio finì.

Come ho detto, mio padre non era militarista.  Durante l’occupazione italo-tedesca della Grecia, gli era toccato comandare le truppe stanziate nella parte orientale dell’Epiro. Al di là della catena del Pindo c’era la Tessaglia, occupata dai tedeschi.  Appena arrivato, riunì nella piazza principale di Giannina da una parte le sue truppe, dall’altra i maggiorenti del posto e fece il seguente discorsetto (che riproduco quasi verbatim): “Sono un militare di carriera e non ho nulla contro di voi.  So che nella guerra con l’Italia molti raccolti sono andati perduti e che soffrite la fame.  Propongo ai miei soldati di offrirvi volontariamente il supplemento-rancio. Chi accetta faccia un passo avanti”.  Immagino che molti capirono e seguirono il consiglio. La conseguenza fu che la resistenza greca non torse un capello alle truppe italiane comandate da mio padre. Traversavano il Pindo e facevano incursioni nel territorio tedesco. Cominciarono ad arrivare proteste dagli alti comandi tedeschi, e fu mandato un alto ufficiale in ispezione. Mio padre mostrò il quaderno-tappa (o come diavolo si chiamava), in cui tutti i giorni il militare in comando deve appuntare i movimenti delle truppe.  “Ore 7: partita una compagnia in esplorazione fino al monte X.  Incontrate tracce di un accampamento abbandonato di recente dai partigiani”. E così su questa falsariga.

Mio padre aveva escogitato un delitto perfetto: dava ordini ai sottufficiali in presenza dell’interprete greco. L’ispettore aveva subodorato qualcosa, ma al momento di partire si limitò a dire: “Marradi, non me lo conti giusta”.

Le spedizioni dei partigiani greci oltre il Pindo continuarono, e le proteste dei comandi tedeschi pure. A un certo punto mio padre fu sostituito da un ufficiale fascistissimo. Gli giunse notizia che due giorni dopo era stato trovato appeso a un albero con i genitali in bocca. Probabilmente aveva fatto alla popolazione un discorso piuttosto diverso da quello di mio padre.


Ma i tuoi rapporti in famiglia com’erano?

Sono grato ai miei genitori perché quando ero infante mi riconoscevano status. Potevo dire la mia senza essere zittito come marmocchio. All’età di 15 anni, dato che loro litigavano di continuo per delle sciocchezze, io mi sentivo l’adulto di casa.

Mia madre non era affatto protettiva, come le mamme italiche.  Mi lasciava studiare e giocare a mio giudizio senza intervenire.  E anche di questo le sono grato. All’esame finale di terza media, la mia professoressa la avvertì che avevo fatto male la versione in latino (inevitabile risultato del fatto che mi piaceva tradurre a senso in italiano, ma non aprivo la grammatica latina).  Di conseguenza mia madre, che insegnava lettere anche lei, lasciò le faccende di casa e per tre giorni di fila mi cacciò in testa tutta la grammatica latina.

Mio padre non ha mai fatto valere la sua autorità di militare, con un’eccezione che dirò; certo, ci teneva a formarmi un carattere di maschio. A volte tornavo a casa con qualche ferita derivante da cadute o botte (la vita dei bambini/ragazzi in quel dopoguerra era infinitamente più selvaggia di quella di oggi: sassaiole e battaglie con spade di legno erano all’ordine del giorno).  E lui puntualmente diceva: “se piangi ti ce le do sopra”. Ma non ce n’è mai stato bisogno.  Un altro motivo per essergli grato.

Per raccontare l’eccezione devo fare una lunga premessa. Mio nonno paterno, morto prima della mia nascita, era capotreno sulla linea che andava da Pistoia a Bologna traversando gli Appennini con una dozzina di brevi gallerie. Aveva adocchiato un pezzetto di un fianco di montagna, lo aveva comprato, aveva scavato per dare una base a una villa e con la terra di riporto aveva fatto una terrazza. Purtroppo, in quel punto (il luogo si chiama Pracchia) l’alta valle del Reno è strettissima; il sole si faceva vedere dalle 11 alle 14, e tutte quelle piante producevano un’umidità che si poteva tagliare col coltello.

Mio padre era affezionatissimo a quel posto. Appena finiva la scuola insisteva per trasferirsi là con me, mia zia e mia nonna, mentre mia madre restava a casa a fare gli esami (era insegnante) e le pulizie di Pasqua, in ritardo. L’unica attività erano le passeggiate sui sentieri di montagna. Senza limiti di tempo. Ad un certo punto, comunque, si doveva pensare a tornare perché nonna e zia aspettavano col pranzo. Mio padre diceva: “Passiamo di lì”. E io: “No, passiamo di là”. E lui: “Io ho comandato reggimenti in marcia; passiamo di lì”. Ma almeno metà delle volte veniva fuori che avrei avuto ragione io. Un senso dell’orientamento che in città ho perso del tutto.


Ho visto appese in una camera da letto per ospiti in campagna delle carte geografiche disegnate da te.

Siamo nel dopoguerra. In attesa che mio padre prendesse come privatista il titolo di geometra necessario per dirigere la ricostruzione della nostra casa crollata sotto i bombardamenti. Io vivevo con i miei nonni, sfollati in una vecchia casa nel vecchio centro di Pistoia. C’era una stanza molto grande con dei bauli, che era destinata ai miei giochi. Mia madre che insegnava, tra le altre cose, geografia aveva ricevuto un planisfero, che era attaccato al muro. Sotto avevo costruito un fortino di cartone con i soldatini di cartapesta. Io passavo i miei pomeriggi lì; fino ai 6 anni ero poco socializzato con i miei compagni di età. Stavo per conto mio. Avevo questo planisfero sotto gli occhi tutti i giorni. Avevo scoperto per conto mio, per esempio, che la costa del Brasile coincideva con la costa della Guinea (cosa confermata dai geologi). Anche quando la casa dei miei fu pronta, tornato da scuola pranzavo, poi giocavo a pallone fino alle 5, poi prendevo la bicicletta e andavo a fare i compiti a casa dei nonni.

Verso i 10-12 anni cominciai a disegnare carte geografiche, prima di fantasia, poi quadrettando accuratamente la carta stampata. Naturalmente prediligevo le isole perché disegnare una pianura era piuttosto piatto. Ecco come sono nate le carte dell’Indonesia, dei Caraibi e della Nuova Zelanda che hai visto appese. Sono tutte state disegnate nel giugno-luglio di anni successivi perché mi servivano anche per ritardare di qualche giorno la partenza per la montagna: dovevo finire di disegnare la carta geografica.


Quando hai cominciato a insegnare?

Se insegnare si prende in senso lato, posso dire: quando avevo 8 anni. Noi, un gruppo di coetanei, visto che tutta la zona era sotto le macerie, avevamo cominciato a scavare e a costruire un campo da calcio. Avevamo fatto un capolavoro, con gradinate di pietre ben sistemate e persino impluvi perché a Pistoia piove molto. Si giocava a pallone. La regola era che i due più bravi (uno era mio cugino che giocava come portiere, e uno era un attaccante) facevano a sorte e poi sceglievano gli altri membri. La squadra che arrivava a 10 reti aveva vinto. Appena finita questa partita, si ricominciava col sorteggio. Senza respiro. Quindi, ad un certo punto tutti avevamo la lingua di fuori e ci mettevamo seduti su delle pietre messe apposta in circolo fuori dal campo. Uno diceva: “Alberto, raccontaci qualcosa”. Io raccontavo cose di politica, di storia. Mio zio, che mi voleva un sacco di bene, mi aveva abbonato a Selezione dal Readers’ Digest, che allora andava molto di moda. Era una selezione della stampa americana ed europea. C’era di tutto; quindi le fonti non mi mancavano.

Sul più bello, capitava che si erano riposati e si alzavano di scatto rientrando nel campo.  Se non ero pronto a seguirli, restavo fuori dal successivo sorteggio.


Ma come fai a dire che avevi proprio 8 anni?

Io portavo il grembiulino da piccolo.  Al compiere dei 9 anni ho fatto una ribellione. Dissi ai miei genitori: “mi devo mettere il grembiulino per non sporcare il vestitino. E il bavaglino per non sporcare il grembiulino. Potrò sporcarmi qualcosa?” Ottenni di abbandonare il grembiulino.

Ricordo che quando andavo a giocare a pallone mi toglievo il grembiulino e lo lasciavo sulle gradinate, salvo spesso scordarlo lì e doverlo andare a riprendere. Ecco come sono risalito al fatto che dovevo avere 8 anni, o addirittura meno.

In quello stesso periodo ho cominciato a fare la raccolta della carta. Prima delle vacanze di Pasqua il provveditore portava in campagna tutte le scolaresche elementari e piantava simbolicamente un albero. Ci diceva anche che la carta derivava dal legno, e quindi che non dovevamo sprecare carta. Io ho preso sempre tutto sul serio. Nella casa mia e in quella dei miei nonni, tutti insegnanti, circolava una quantità di carta. Mia nonna faceva un fagottino e io, con il mio grembiulino, per mano di mio nonno andavo in una specie di caverna dove vendevano carbone per le stufe; in fondo avevo intravisto una montagna di carta e cartoni. Il padrone, una specie di orco, mi diceva: “O’ nini:  ‘un ti do mi’a nulla!”. Io indicavo la montagna di carta, posavo il fagottino e tornavo via col nonno.


È vero che da ragazzo giocavi e facevi anche l’arbitro?

Questo me la metterò sulla tomba. Era talmente chiaro che ero imparziale che si affidavano a me. Il problema più grosso non erano i falli. Noi avevamo rubato in un cantiere e piantato molto solidamente i pali, ma non la traversa. Sia perché era molto più difficile rubarla e installarla, sia perché di solito in porta ci andava il più piccolo. Quindi, la traversa dipendeva dall’altezza del portiere. Si trattava di giudicare se un tiro fosse alto o meno. Chi lo giudicava ero io. E io, per non perdere questo status, se ero incerto, davo ragione all’altra squadra.

La cosa strabiliante è che il mio status di giocatore e contemporaneamente arbitro era accettato anche da squadre di altri quartieri, che venivano volentieri a giocare da noi perché il nostro campo aveva i pali e le gradinate. Questi erano i nostri “incontri internazionali”. Io poi ne facevo un resoconto in un quadernetto che ho ancora da qualche parte, e dopo lo leggevo ai compagni.


Nel gruppo dei tuoi allievi si è diffuso il tuo termine ‘marmocchi’. Come è nato, e in che senso lo usi?

In modo strano e diagonale, come molte mie cose. Ero ricoverato al Rizzoli, per un grave incidente occorsomi durante un insegnamento Erasmus a Barcellona.  Spesso veniva un robusto ex calciatore napoletano, ora palazzinaro in Emilia. Mi caricava sulle spalle e mi portava in macchina in collina nella villa della sua partner, una psicologa.  Passavamo un gradevole pomeriggio in quattro — c’era anche mia moglie.  Quasi sempre sedevamo su della panchine appena fuori della villa.  Una di questa volte davanti a noi c’era una culla, con il figlio della coppia, di pochi mesi.  A un certo punto questo infante ha un’erezione (pare che capiti agli infanti  — io non ne ho ricordo, ma forse ero un infante minorato)  e con un gettito parabolico all’indietro si bagna la faccia.

Fin qui la vicenda è abbastanza strana. Il resto è scontato:

il marmockio si piscia addosso.

Data la mia continua dimestichezza con 20enni e affini, non mi sono mancati esempi. Il referente centrale del termine è diventato qualcuno o qualcosa che si comporta in maniera imprevedibile, irrazionale. Ma anche qualcuno che si comporta in maniera rituale e acritica, facendo tutto e solo quello che fanno i coetanei.


Sostieni di essere un uomo privo di emozioni. È proprio così?

Per quanto riguarda le vicende della vita sì. Pur guidando piuttosto veloce, specie nei saliscendi della mia zona di campagna dove vivo d’estate, non ho mai avuto incidenti in macchina perché con sangue freddo, occhio, riflessi me la sono cavata indenne dove molti se la sarebbero fatta addosso.

Provo emozione quasi esclusivamente nel rapporto con gli animali. La mezz’ora più bella della mia vita l’ho passata in Argentina, ospite del vicedirettore del master che tuttora dirigo anche se sono vecchio decrepito; questo collega aveva una hacienda nella pampa dove mi invitava nelle vacanze natalizie. E lì c’era un gruppo di 3 o 4 cani gestiti dai contadini stanziali. Le haciendas nella pampa sono a distanza di almeno un chilometro fra loro, per cui non ho mai capito come si fosse in pochi giorni diffusa la notizia tra i cani del circondario che io amavo accarezzarli. Fatto sta che io mi sedevo su un muretto e loro si disponevano davanti in fila rispettando l’ordine d’arrivo, fino a tre file di 3-4 cani l’una. E io li accarezzavo uno per uno. Però, se per esempio senza volere non rispettavo l’ordine d’arrivo, quello che avevo saltato protestava. Non solo: avrei anche dovuto avere un cronometro, perché se carezzavo uno molto più degli altri, protestavano tutti. Avevano un senso di giustizia che noi umani ci sogniamo. Questa scena si è ripetuta identica ogni pomeriggio nella seconda settimana del mio soggiorno. È stato meraviglioso constatarlo.

Sempre a proposito di cani nella pampa, devo fare un omaggio post mortem all’intelligenza di Terry, uno dei cani della fattoria col quale avevo stretto subito un rapporto che non esito a definire fraterno.  Durante il mio primo soggiorno nella hacienda, nell’inverno 1999-2000, cominciò a piovere.  Quando piove nella pampa è un disastro perché le case sono sguarnite (si vive fuori) e ci piove pure dentro (gli argentini non si curano di coibentare i tetti, contando sul clima). Dopo un paio di giorni la pioggia rallenta; mi faccio prestare un impermeabile, percorro il sentierino privato che dalla hacienda conduce allo stradone pubblico (sterrato) e mi dirigo in una direzione qualsiasi: lo stradone va from nowhere to nowhere.  I cani della fattoria, compreso Terry, mi vengono dietro tutti contenti, correndo su e giù per lo stradone.  Dopo un po’ la pioggia rafforza, e i cani tornano indietro come saette.  Anch’io faccio dietrofront, ma vado del mio passo, protetto dall’ impermeabile.  Cammina cammina, a un certo punto vedo in fondo allo stradone una macchia nera. Era Terry che sotto la pioggia si era fermato nel punto esatto dove il sentierino privato partiva dallo stradone, temendo giustamente che, nuovo della zona, avrei potuto non individuarlo. Quando fui sicuro che era lui, gli feci un ampio cenno col braccio. Sicuro che avevo decodificato il segnale, rientrò di corsa al coperto.  Mi sarebbe piaciuto sentire come Cartesio faceva quadrare questo comportamento con la sua visione degli animali come automi meccanici.


Ti vedo sempre grattarti la barba con il pettine. Non è un segno di nervosismo, un tentativo di controllare le emozioni? Pure, in assenza di animali, non dovresti provare emozioni

Infatti, le emozioni non c’entrano.  Se non fosse morto, chiamerei a testimone Faraday, il primo — per quanto ne so — a scoprire che l’elettricità si condensa nelle punte (Beniamino Franklin applica la cosa e tira fuori il parafulmine: differenza tra europei che teorizzano e americani che applicano). La testa è una punta; il mento è una punta nella punta. Io ho una barba ispidissima, difatti il mio barbiere mi diceva (quando ci andavo da giovane): “Tre peli, duri come il fil di fero”. Anche quelle sono punte e si caricano di elettricità. La maniera per scaricare tutta questa elettricità (un fatto meramente fisico; nulla a che vedere con le emozioni) è grattare la barba con un pettine d’osso.

Mia moglie quando mi vede mi dà della scimmia… È laureata in storia dell’arte, ha sempre lavorato nel settore letterario. Prima o poi le regalo una storia della fisica.  Il guaio è che non la leggerà.


È vero che giochi in borsa?

Mi hai fornito l’occasione di darti subito una prova di quanto vado dicendo. Se uno si emoziona non può certo giocare in borsa, e nemmeno a poker. Io non gioco a poker perché sono iellato e non avrei mai una mano decente. In borsa non c’è iella; per quello ci gioco.  Per me è una rivincita contro la iella. In borsa è il tuo cervello contro i numeretti. Attenzione: io non so nulla dell’andamento economico dei vari settori; non perdo tempo a informarmi sui giornali specializzati. Meno che mai seguo i consigli dei guru; tanto per dirne un fresca, sono due anni che insistono di investire sulla Cina, e la Cina è il settore che in borsa va peggio. Io mi baso esclusivamente sulle curve: com’è andato quel titolo nell’ultima settimana, mese, tre mesi, un anno.  Ogni giorno ne annuso decine, e cerco di indovinare come andrà quel titolo la prossima settimana. Mi basta che faccia un 3-4%, vendo subito, prima che il titolo ci ripensi. Una strategia mordi e fuggi. I primi anni ero cassettista: tenevo i titoli sperando nel grosso guadagno, e prima o poi beccavo la grossa perdita.

Una precisazione cui tengo: io non ho mai venduto allo scoperto. Moltissimi, quando vedono che il mercato va male, vendono un titolo che non hanno, contando di comprarlo a un valore più basso quando si fanno i riporti, cioè i conti, circa una volta al mese.

Questo secondo me non è etico. Inevitabilmente il gioco al ribasso deprime l’economia. Io porto soldi, contribuisco nel mio piccolissimo a farla crescere.


Quando hai cominciato a giocare in borsa?

Ho cominciato dopo un incidente quasi mortale. Ero a Barcellona per insegnare in uno scambio Erasmus; traversavo una rambla di notte. Un ragazzo che guidava come un matto non mi vede in tempo, mi prende in una gamba e mi fa fare un volo di 25 metri; atterro su un mucchio di catrame. Accorre mia moglie, e appena trova abbastanza posti in aereo (ero imbozzolato e prendevo 3 o 4 posti in fila) mi porta al Rizzoli: avevo la gamba sinistra in 5 pezzi.  Mi operano tre volte, e nell’intervallo fra un’operazione e l’altra dovevo liberare il letto e andavo in qualche casa di riposo. In una di queste case di riposo c’era una caposala che mi disse: “Ma perché non gli fa causa? Qui a Bologna c’è un certo Tossani che ha una ditta di recupero crediti”. Io non ci avevo neanche pensato. Vado da lui. Aveva una clientela limitata alla regione e pensò che quella potesse essere un’occasione per espandersi all’estero. Innanzitutto, mi fa visitare da 3 luminari, che attestano i miei guai. Poi prende l’avvocato più caro di Barcellona, e facciamo causa. La loro assicurazione manda un giovane a spiarmi; mi fa scrivere un indirizzo con una scusa; mi filma mentre rientro col carrello dalla spesa tirandolo su per i tra gradini davanti al portone.  Volevano dimostrare che stavo come un papa. Comincia la causa, mi chiamano e mi ricapita la stessa dottoressa che mi aveva fatto la visita fiscale subito dopo l’incidente, che si imbizzarrisce e conferma il suo giudizio: 78% di invalidità (confermata poi di medici militari in Italia).

Quindi vinco la causa, e un sacco di soldi: un terzo se lo prende l’avvocato, un terzo Tossani, un terzo a me. Che me ne faccio? Comincio a giocare in borsa. Questo succedeva oltre 30 anni fa.  Per una quindicina d’anni ho giocato attraverso l’ufficio titoli delle varie banche.  Poi ho cominciato a fare da solo, via internet.  Un annetto fa ho avuto la soddisfazione che la mia broker mi viene a trovare a Bologna (devono visitare i clienti ogni tanto) e mi fa: “Io ho altri clienti che hanno dei soldi e non se ne vogliono occupare. Mi dai il permesso di vedere quello che fai e di consigliare di imitare le tue mosse?” Una bella soddisfazione.

Se uno mi dicesse: “Ma da quando hai cominciato, ci hai rimesso? Hai vinto? Non lo so. Per me il soldo non conta. Conta il cervello che ha indovinato le mosse.


Ti ho sentito dire mille volte, anche oggi, che sei iellato. Come fai a sostenere che non è una tua convinzione?

Ne avevo decine di prove nella vita di tutti i giorni, ma nessuna formalizzabile. A un certo punto mi sono ho detto: “devo trovare una dimostrazione”. Io ero già all’università, insegnavo. Per andare all’università avevo un autobus sotto casa, il 17; il viale era molto lungo e quindi, quando non arrivava, mi facevo 500 passi a piedi e andavo a un’altra fermata dove passavano il 20 che andava al dipartimento e il 10 che andava in facoltà.  Avevo notato per anni che quando dovevo andare in dipartimento passava il 10 e quando dovevo andare in facoltà passava il 20. Mi si forniva un’occasione per mostrare a me stesso (e a chi volesse sentire) che non era una mia convinzione. Quindi, mentre aspettavo il bus, tiravo fuori l’agendina e segnavo sullo spazio di quel giorno la cifra 20 se aspettavo il 20 e la 10 se aspettavo il 10. Poi arrivava l’autobus: se arrivava quello che aspettavo mettevo un circoletto attorno alla cifra; se arrivava l’altro le mettevo sopra una crocetta. Alla fine della stagione ho fatto il conto: il 78% delle volte era arrivato l’autobus sbagliato. Non era una mia convinzione.

Se potessi andare in giro con una telecamera accesa sulle spalle, come pare siano indotti a fare i poliziotti americani onde evitare che sparino a tutti i neri che passano, potrei accumulare una serie di prove ostensive.


Come mai nei tuoi gruppi di ricerca c’era sempre una netta prevalenza di donne?

Il primo motivo è banale: nelle scienze sociali ci sono molte più donne che uomini. Secondo motivo: le donne hanno l’animo giusto per fare ricerca, cioè sono curiose. Il maschietto, in fondo, sa sempre come vanno le cose, e quindi non è curioso, è apriorista. Io non potrei vivere in un mondo di soli uomini.


Come mai da un po’ di tempo cammini come un papero?

Se volessi essere scuoiato direi che è per attirare esemplari dell’altro sesso.  Ovviamente non è quello.  Oltre che dalla iella, mi devo difendere dall’osteoporosi.  A stare alla densitometria, il mio femore sinistro è in procinto di dire addio all’anca e andare per conto suo.  Mi hanno tolto una ghiandola paratiroide che secondo i medici assorbiva calcio, ma sono solo in lista d’attesa per la prossima densitometria.  Nel frattempo, l’istinto animale mi dice che camminando come un papero ho più probabilità che si stacchi verso l’interno e così possa riprenderlo al volo.  Fortunatamente ho ancora i riflessi pronti. 


Cosa pensi del femminicidio?

Che la cultura di moltissimi maschi italiani è più vicina al Pakistan che alla Scandinavia.  E non lasciamo fuori le mamme che insegnano i lavori domestici alle figlie e abituano i maschi ad esser serviti come pascià.

Anni fa mia moglie aveva preso una simpatica abitudine: sentiva la notizia di un femminicidio e me la riportava come se io fossi il responsabile. Per fortuna mi capitò di insegnare in un dottorato calabrese e di fare amicizia con due colleghe, Giovanna Vingelli e Franca Garreffa, coinvolte in una ricerca sul femminicidio e le sue cause. Mi chiesero aiuto come esperto di questionari. Però non sapevo nulla del tema e quindi chiesi alla Garreffa di raccontarmi qualcosa. E lei mi raccontò per esempio che le donne andavano dai poliziotti a denunciare le percosse del marito e loro non intervenivano. La risposta dello Stato era inadeguata. Basai tutto il questionario su questo. Ma la ricerca era coordinata a livello nazionale da colleghe del Nord che aveva pensato di clonare un questionario canadese che basava tutto sull’aspetto economico del problema. Le colleghe calabresi si presentano col mio questionario e glielo cassano, anche grazie al pregiudizio dei sociologi del Nord — che talvolta emerge anche nelle abilitazioni.

Ma un piccolo vantaggio l’ho tratto. Quando mia moglie tirava fuori la questione del femminicidio, io le dicevo: “Eh no, io ho fatto un questionario sul femminicidio; quindi non puoi dirmi niente”. Infatti ha smesso.


Da come ne parli, sembra che tu abbia paura di tua moglie.

Certo.  È l’unica persona o cosa di cui ho paura.  Con un volto di madonna del Perugino, cinquanta chili di acciaio.  Nei primi anni 90 lavorava in una ditta di pubblicità a Bologna, che campava molto sulle commesse dei partiti.  Esce “mani pulite” e i partiti stringono la cinghia.  Sono costretti a licenziarla e a farla lavorare in nero.  Però non le pagano la liquidazione.  E lei fa causa alla ditta, ma continua a lavorarci dentro.  Poi trova un lavoro migliore al comune di Imola, settore relazioni col pubblico.  Finalmente ottiene un comando alla Regione Emilia, sempre in quel settore.  Come avviene coi comandi fra enti pubblici, continua a prendere lo stipendio da Imola, e la Regione poi rimborsa il comune.  Dopo qualche anno, il capo del personale ad Imola ha bisogno del suo posto in organico, e l’avvisa che se lei non gli firma una dimissione in bianco non le rinnoverà il comando. Lei va al colloquio con un registratore nascosto, registra tutto, fa causa e la vince.

Da qualche anno ha avuto dei guai fisici, che la costringono a stare quasi tutto il tempo a letto, guardando la tv.  Si alza solo per cenare, e di recente ha cominciato a fare cena anche per me, che ceno dopo. Fa cose semplicissime, sempre gustose e sempre diverse.  Dopo cena vado a farle compagnia: abbiamo sempre dormito separati, perché io sono un terribile insonne e la disturberei.  Ma lei comunque ama un letto matrimoniale, sul quale posso prendere posto appoggiando la schiena alla spalliera.  Dico “sul quale” e non “nel quale” perché sono ammesso solo se prima stendo un lenzuolo sulla sua coperta per non contaminarla con i miei abiti.   Verso le una o le due torno in camera mia per cercare di dormire, ma prima devo ripiegare il lenzuolo e portarlo via.

Quando scende per cena controlla tutto il piano terreno, e quasi sempre sento improperi.  Se il livello dei decibel è basso, ce l’ha con la colf rumena, una santa donna.  Se è alto, ce l’ha con me.  Devo scendere dallo studio per sentire il capo d’accusa: quasi sempre è un cuscino spostato da una poltrona all’altra.

Ha un gusto sublime, e una volta in pensione per anni si è divertita a costruire fiori con objets trouvés: ritagli di cartone, spugnette etc.  Ha riempito l’appartamento delle cose più strane, raccattate con occhio infallibile presso decine di robivecchi: vivo nel Vittoriano di D’Annunzio. Quando capitano in visite vicine o allieve, vanno il deliquio per l’eleganza dell’arredamento. L’hanno anche fotografato per una rivista.

Potrei dire mille altre cose, ma sintetizzo in una formula: sono uno schiavo felice. Nell’espressione, sostantivo e aggettivo hanno lo stesso peso.


È vero che la polvere è tua sorella?

Questa storia è venuta fuori due anni fa quando era mia ospite, in campagna, una mia ex allieva siciliana che ora insegna ad Enna, ed è stata un’eccellente capozona — come del resto tu —nella mia mega ricerca “identità e natura” cui ho dedicato 7 anni di vita (che ora, a 80, rimpiango un po’). Negli ultimi anni della ricerca ospitavo per una settimana nella mia casa di campagna gli intervistatori più assidui, che scrivevano sotto la mia supervisione un articolo su questo o quell’aspetto della ricerca (6.500 intervistati, di cui 2.500 in Argentina).

All’inizio della stagione estiva, appena trasferito in campagna, chiamo sempre due signore del posto per fare una giornata intera di pulizie dopo 10 mesi in cui la casa resta chiusa ma vuota.

Suppongo che ogni allieva tenga in ordine la sua stanza; dei maschi non so dire (ho 6 posti-letto per ospiti).  Ma sugli spazi comuni (living, cucina, terrazzo) intervengo solo quando qualche situazione è impresentabile. Immagino che molte allieve tacciano e soffrano in silenzio.

L’allieva siciliana, forte di 40 anni di dimestichezza, si è fatta coraggio e ha osservato che c’era polvere in giro. Ho risposto: “La polvere è mia sorella”, ispirandomi a Salvini, che ogni tre giorni dice che gli immigrati sono suoi fratelli. Non so se la donzella ha colto la citazione dotta.  Fatto sta che la notizia ha cominciato a girare.


Ho visto più volte che mangi tranquillamente cibi scaduti.  Non ti preoccupa?

Per niente, e per vari motivi.  Mettere su ogni confezione la data di scadenza è una norma, che certo non contesto in linea di principio.  Ma la data di scadenza è basata su un calcolo, giustamente prudenziale, che dà un valore medio applicato a tutti i prodotti di un tipo messi in commercio in un dato periodo.  Mente ciascun prodotto ha una sua data di scadenza, basata su tutto l’iter che ha percorso: produzione, trasporto, e soprattutto conservazione.  La proporzione dei singoli ingredienti non può essere esattamente la stessa in ogni confezione: in quella, nella mescolanza sarà toccato più amido, in quell’altra più acido folico, più o meno conservanti, coloranti etc.  Se uno va a leggere l’etichetta, trova almeno una decina di componenti; chi può sapere come si sono distribuiti in ciascun prodotto.

A parte questo, le aziende hanno interesse ad anticipare la data di scadenza, per ovvi motivi: più la gente scarta prodotti scaduti, più ne compra di nuovi.

Inoltre, il processo di decadenza è appunto un processo, che non prevede soglie: oggi commestibile, domani no.  L’etichetta con la scadenza ti dà un orientamento, che tu poi controlli usando due sensi che la natura ti ha dato: olfatto e gusto.

L’ente che stabilisce la scadenza fa il suo dovere, e le ditte fanno il loro interesse: sta in te articolare individualmente, caso per caso, questi punti di riferimento.  Io se un prodotto emana un odore sospetto lo elimino senza guardare la scadenza teorica.  Ma se il prodotto ha un odore e un gusto perfettamente uguale a quello familiare, non prendo come dogma la scadenza scritta nell’etichetta.

Si sentono alla radio notizie terrificanti sulla quantità di cibo che viene sprecato nei paesi ricchi. Tutto perché la gente prende come dogma l’etichetta, e getta nell’immondizia cibi perfettamente commestibili senza alcun rischio.


Tu parli sempre male degli americani. Non trovi nessuna qualità?

Come no. Per esempio, nel 1974, seguii l’ultima scuola estiva delle 4 che mi ha indotto a fare Sartori con i soldi della fondazione Ford.  Si era ad Ann Arbor, nel Michigan, che è il centro della ricerca empirica in scienza politica (ad ogni elezione presidenziale fanno un panel con 7 ondate, seguitissimo dalla stampa mondiale). Quando sono arrivato avevo dei traveller cheques.  Vado a depositarli in banca, aprendo un libretto. Abituato all’Italia penso: mi toccherà andare dal direttore, esibire il passaporto, l’iscrizione alla scuola estiva, il certificato penale, la dichiarazione dei redditi, magari la wasserman. Faccio la fila. Appena è il mio turno, la ragazza allo sportello prende il libretto e lo infila nella macchina da scrivere. Mi chiede come mi chiamo, quanti soldi voglio depositare, se li fa dare e in 30 secondi era fatta.  Nemmeno la seconda fila davanti alla cassa.  Strabilio.

Una collaboratrice di Sam Barnes, collega di Sartori, mi aveva trovato per alloggiare una soluzione comoda per studenti che si chiamava University Towers: si pagavano 5 dollari a notte e si aveva un mini-appartamento. Il consumo di elettricità era a tuo carico. Finito il soggiorno, pensai: oddio per pagare dovrò fare la fila in chissà quanti uffici, aprire una pratica; magari ci vorrà la controfirma del governatore del Michigan; dopo due mesi mi diranno la cifra;  dovrò spedirla in dollari dall’Italia, dopo altre chilometriche file in una banca.  Non erano bastati due mesi di soggiorno negli Stati Uniti per scrollarmi di dosso la tabe della burokrazia più stupida del mondo.  Entro nell’ufficio, dico al giovanotto al banco il numero del mini-appartamento che occupavo; lui va dentro a controllare il contatore, torna fuori e dice: “Trenta dollari”. Pago ed esco, leggero come una piuma.

Terza prova: anni dopo, con mia moglie andiamo a fare un periplo delle coste dell’Alaska, una spedizione organizzata dal Museo di scienze naturali di New York, quello con una sala dedicata allo scheletro di una balena. Avevano noleggiato una nave con 52 cabine e il punto di ritrovo era Seattle, la città più vicina al Canada. La partenza era alle 6 di mattina, e prima bisognava far colazione in albergo. L’immagine delle facce dei camerieri che avrei trovato alle 5 della mattina mi guasta la visita al porto di Seattle, molto mediterraneo malgrado la longitudine. Trovo invece delle ragazze cinguettanti, allegre, facevano il loro lavoro. Questa è l’America: uno è pagato per fare un lavoro e lo fa rapidamente, senza cercare qualcuno su cui scaricarlo.  E, calvinisticamente, la responsabilità è sua, non demandata a una trafila che si perde nelle nubi.

Noi imitiamo agli americani in tutto — e tra le conseguenze c’è un precipitoso abbassamento del livello culturale — ma non ci sogniamo di imitarli nell’unico aspetto dove dovremmo.  E che tra l’altro è una semplicissima spiegazione del loro successo economico.


Un’altra genia che ti piace poco sono gli statistici. Come mai?

Intanto distinguiamo.  Ho sempre ammirato Tukey, Tufte e abbastanza anche Mosteller.  Gente dei miei tempi, che non a caso teneva a distinguere fra data analysis e statistica. Gli statistici inferenziali (cioè praticamente tutti gli altri):

  1. applicano formule sofisticate che presuppongono campioni casuali. Ma nessuna ricerca di ambito più ampio di un isolato è mai basata su campioni casuali, perché trasferire gli intervistatori nei vari posti costerebbe un occhio.  Le soluzioni attuali (campioni telefonici, informatici) soffrono ciascuna di pesanti distorsioni, per di più consustanziali, cioè inevitabili qualunque cifra si investa.
  2. Le formule sofisticate di cui sopra presuppongono, per esempio, l’estrazione di infiniti campioni.  Ma nessuno ha mai estratto più di un campione.  Quindi tutta la statistica inferenziale è un castello di carte, per di più truccate.  Per coprire questa enorme magagna si ricorre a un trucchetto, parlando di “universo” invece che di “popolazione”.  Il cumenda brianzolo che ha tirato fuori una barca di soldi per sapere se il suo nuovo aperitivo ha mercato, al sentire parlare di ‘universo’ s’illumina d’immenso.

Ai miei tempi ho scritto trattati su questi difetti. 30 anni fa un mio dottorando si mise in capo di sottoporre le mie tesi a vari ordinari di statistica sparsi per l’Italia, che raggiunse a sue spese.  Fece un questionarietto molto garbato e rispettoso.  Una delle domande cominciava: “Nella sua esperienza di estrazione di campioni…”  A questo punto veniva quasi sempre fermato da un “Ohibò” o interiezione equivalente.  Sottinteso: “io sono un teorico, un matematico. Non mi occupo di bassa cucina”.


Ti sento spesso usare il termine ‘franciosi’. Chi sono?

Sono (quasi tutti) i sociologi francesi, allievi di Cartesio, che sparano teorie concepite a tavolino senza preoccuparsi di controllarle empiricamente. Quei pochi (alludo per es. a Boudon) che, avendo visitato a suo tempo Lazarsfeld, sono in grado di trattare i dati, fanno in modo di confermare le loro tesi a priori.   Beninteso, non sono solo i francesi a fare questo.  Non a caso, tutti parlano di “verificare” (verum facere).  Il termine è rivelatore.

Anni fa Popper predicò che si doveva fare ricerca per “falsificare”, anzi affermò (confondendo hegelianamente l’essere col dover essere) che gli scienziati già lo facevano. Da un paio di ricerche successive risultò che nessuno degli scienziati interrogati si sognava di seguire il dettato popperiano.  Lentamente, la “falsificazione” passò di moda.  Ma anche se fosse rimasta sul proscenio, era un principio altrettanto estraneo allo spirito della scienza quanto lo era la sua alterativa dialettica (verum facere).  Gli scienziati (sociali o fisici) dovrebbero solo controllare se i dati a loro disposizione — che sono sempre un piccolissimo sotto-insieme dei dati necessari per parlare di qualcosa di universale come le leggi  — risultano più o meno a favore o più o meno contro quella data teoria.

Ma la tentazione di verum facere è fortissima.  Per questo sono un seguace convinto della tesi di Glaser e Strauss: si deve affrontare una ricerca con un bagaglio concettuale adeguato e con una buona conoscenza dal contesto.  Ma le teorie si fanno, se si vogliono fare, dopo aver preso visione dei dati.  E naturalmente, saranno sempre teorie relative al contesto spazio-temporale.  Già Merton si è tirato addosso critiche dei grand theorists parlando di “teorie a medio raggio”.  In realtà, facendo riferimento agli esempi che porta, il raggio resta a mio avviso ancora toppo ampio, sia come ambito spazio-temporale, sia come livello di generalità dei concetti.

Tornando ai franciosi, fra tutti i grand theorists che girano me la prendo particolarmente con loro anche perché in Argentina, dove passo 2-3 mesi l’anno, con Evita Perón e Maradona hanno messo sugli altari Foucault, Bourdieu, Deleuze, Derrida e compagnia.  Una venerazione persino superiore a quella che in Italia abbiamo per gli americani.


Ma come sei capitato ad insegnare in Argentina?

In una cena di colleghi fiorentini nel ’99 vengo a sapere che l’università di Bologna, dove avevo insegnato dall’81 all’86, stava aprendo una succursale a Buenos Aires, e che l’avrebbe diretta Giorgio Alberti, un collega bolognese molto simpatico, che da 20 anni insisteva con il rettore Roversi Monaco per ottenere l’apertura di questa succursale. La mattina dopo prendo il treno, attraverso tutta Bologna, vado nel suo ufficio, lo trovo e gli dico: “Figlio di puttana, fai una cosa in Argentina e non mi coinvolgi?”. E lui dice: “E’ un master in relazioni internazionali; cosa c’entri tu?”. “Ho scritto un libro sulla comparazione. Ti pare che non c’entri?”. In realtà lo aveva scritto Fideli, un mio allievo, ma basandosi su miei precedenti articoli. Alberti: “Beh, a questo punto…”. E siccome sapeva che a un artrosico come me faceva bene nuotare al caldo, fu molto gentile, anticipò l’apertura dei corsi a marzo perché ancora si poteva andare in piscina. Ho continuato ad andarci ogni inverno italiano. La principale ragione, quindi, è climatica: quando in Italia c’è un freddo polare (io vivo a Bologna e Bologna è una succursale della Siberia) me ne vado là — covid permettendo.

Seconda ragione: sapevo che gli argentini sono anti-yankee. Da metodologo avevo condotto battaglie nei congressi internazionali contro colleghi americani, convinti che ciò che conta in metodologia sia il computer. Per me invece ciò che conta in metodologia è il cervello. Quindi, pensai, gli argentini mi daranno una mano in questa battaglia. Piano piano, insegnando là, ho scoperto invece che i metodologi argentini sono di due tipi: o allineati con gli americani, o allineati con i grand theorists francesi per i quali in fondo la metodologia non serve a nulla. Mi sono trovato isolato.

Per fortuna durante il mio ultimo soggiorno pre-covid (febbraio 2020) mi ha cercato un editore che aveva letto tutto quello che ho scritto in spagnolo e mi ha affidato una collana nella quale stanno apparendo libri miei e libri di europei e sudamericani che condividono la mia impostazione.  Ma la situazione, economica e sanitaria, dell’Argentina è drammatica, ed è probabile che tutto salti.  A proposito di iella.


Tu che te la prendi sempre con i grand-theorists hai mai proposto una teoria?

Almeno una sì, ma da dilettante. Avevo osservato che i termini inglesi sono trilettere (una consonante, una vocale, una consonante). Analogamente i termini portoghesi sono molto contratti — e nella pronuncia dei portoghesi sono ancora più contratti. Cosa hanno in comune questi due popoli? Sono due popoli marinari. Tra il rollio e beccheggio, se tieni la bocca aperta, dopo un po’ ti arriva l’onda. Ovviamente ti conviene avere termini più brevi possibili.

Hai mai presentato questa teoria a un consesso di linguisti?

No. Perché era terra-terra, faidaté. Ogni disciplina ha le sue conventicole, i suoi in e i suoi out. Io sarei sicuramente out come linguista dilettante. Mendel, il medico agostiniano che a forza di piantare e osservare piselli ha originato la genetica, inviò un articolo con i risultati di 13 anni di sue osservazioni agli scienziati più famosi d’Europa, ma gli rispose solo un botanico tedesco. Visse altri 20 anni senza avere la soddisfazione di un riconoscimento.

Peraltro, ho due controprove: gli spagnoli hanno avuto importanti colonie oltremare. Chi gliele ha procurate? Un genovese e un portoghese, Colombo e Magellano. Loro hanno la meseta, piatta come una tavola (infatti meseta vuol dire tavoletta) e quindi hanno questa lingua vocalica, direi palabrata. Non hanno paura che un pesce gli entri in bocca. Nelle pianure non ci sono pesci. 

L’altra prova.  Insegno in Argentina, e mi sono capitati spesso studenti brasiliani.  Quando parlano fra loro, pur conoscendo relativamente poco il portoghese, li capisco.  Cosa assolutamente impossibile ascoltando portoghesi che parlano fra loro: si sentono solo delle consonanti.  Non perdono tempo a pronunciare le vocali, che li costringerebbero a tenere le labbra aperte.


Cosa pensi del decadimento culturale e intellettuale del nostro paese?

Comincia da molto lontano, dalle scelte sbagliate di una classe dirigente che avrebbe potuto riformare un paese di clientele, un paese che aveva delirato per un pagliaccio da fiera come Mussolini. Una scelta sicuramente sbagliata, che mise la sinistra in un angolo per decenni, fu quella di allineare il partito su Mosca. Ci hanno raccontato tranquillamente che l’URSS era il paradiso dei lavoratori, e molti hanno continuato a pensarlo anche quando Berlinguer ha annunciato con clericale prudenza che forse non era proprio così.

Ma, vedendo le cose con la prospettiva di oggi, non è stata questa scelta sbagliata la causa a mio avviso principale del decadimento cui alludi. È stata la convinzione che la forza del PCI risiedesse nella classe operaia, che già come classe in sé (cioè seguendo i suoi interessi materiali  — uso il linguaggio di Marx) avrebbe dovuto votare in blocco PCI. Peraltro, tra le nazioni europee importanti, un voto di classe esiste solo in Inghilterra (ho detto Inghilterra, non Gran Bretagna: in Scozia le cose sono già diverse). Gli operai inglesi votano laburista, e pertanto il Labour fa bene a restare fedele alle idee di Marx (elaborate, fra l’altro, soprattutto in Inghilterra).

Ma in Italia niente del genere. Gli operai lombardo-veneti votavano DC; ora votano Lega. Molti dei pochi operai del Sud votavano clientelare, poi Berlusconi. Nelle regioni rosse questo orientamento a sinistra era nato quando l’industria era ancora altrove. Le leghe cooperative dei braccianti (che erano leghe bianche nel Nord e non c’erano nel Sud), in Toscana e in Emilia, meno nelle Marche e in Umbria, erano leghe rosse. Parliamo del 1820. I braccianti diventarono repubblicani, poi socialisti, poi comunisti. Il comunismo del centro Italia era un comunismo bracciantile. Non a caso Lucca, dove la repubblica locale aveva favorito la piccola proprietà contadina, è stata un’isola bianca per mezzo secolo, e tuttora vota a destra.

Come in tutte le religioni, contava il vangelo — in questo caso gli scritti di Marx un secolo prima, riferiti tra l’altro a un paese e a una situazione sociale del tutto differente.  Nel vangelo stava scritto che il socialismo sarebbe stato la conseguenza della mobilitazione della classe operaia come classe per sé. Con la stessa fede con cui gli ebrei ortodossi attendono da 3 millenni il messia, si attendeva con pazienza questa presa di coscienza.

L’unico che a un certo punto (in un congresso del ’56) cominciò a guardare i fatti e non il vangelo fu  Amendola — non a caso figlio di un liberale vittima delle squadracce. Amendola lasciava intendere che la classe operaia come classe in sé non dava sufficienti garanzie, e che la migliore maniera per trasformarla in classe per sé era elevarne il livello critico, abituarla a pensare con la propria testa e non con i vangeli — di qualsiasi colore e provenienza.  Già di per sé il messaggio non era fatto per piacere a chi aveva sottoscritto le purghe che Stalin a fine anni ’30 aveva inflitto agli esuli comunisti in Russia, sulla base del ragionamento: chi è stato capace di criticare il fascismo può aver preso delle brutte abitudini e può voler continuare ad esercitare diritto di critica.

Ma il motivo per il quale il partito ha inforcato la strada esattamente opposta a quella indicata da Amendola viaggia più raso terra.  Da sempre gli “organismi di massa” si sono collocati a destra del  partito. Anche nel vecchio PSI pre-1921 i sindacalisti erano sempre l’ala destra.  La CGIL-scuola era formata da docenti che non volevano saperne di studiare il greco e il latino, e spinse il partito ad appoggiare le riforme del partito clericale che — coerentemente con le sue tradizioni millenarie  — non vedeva di buon occhio insegnamenti che incoraggiassero il libero pensiero. Si cominciò con limitare l’uso del latino.  Il ’68, col suo 18 politico, ha dato il suo contributo. Poi si introduce l’interrogazione programmata, la maturità su una sola materia a scelta, si appianano tutti gli ostacoli che possono turbare il sonno delle mamme.  L’abilitazione, fino agli anni ’70 un esame massacrante, viene sostituita dalla firma di presenza a un corso abilitante, tenuto da un sindacalista.

Già da tempo, la sinistra viene votata nei quartieri borghesi, dove è rimasto annidato un residuo della vecchia cultura.  Nelle periferie operaie si vota Lega, fascista, Casa Pound. Quando questo minimo residuo sarà scomparso, sepolto dai social, la sinistra andrà a scomparire anche.


Qual è stata la più grande tragedia della tua vita?

Potrei dire: la morte di mio padre, di mia madre, di mio nonno, ma sono tutti morti longevi. La più grande tragedia è stata la morte di una mia allieva argentina che aveva molto senso del dovere, ed era molto generosa: faceva dei lavori per il gruppo e lasciava che gli altri usassero i suoi risultati. Lei aveva il lupus, ma non voleva mostrare di averlo. Lavorava nell’Indec, che è l’Istat argentino, e poi faceva un altro lavoretto perché il fidanzato era disoccupato. Il venerdì pomeriggio veniva a casa mia e mi faceva vedere il pezzo che aveva scritto in settimana usando l’analisi fattoriale, e io lo rivedevo. Nell’ultimo periodo in cui l’ho vista da viva le avevano estratto un pezzo di colon e andava in giro con pezzo di colon fuori. Quando tornai in Italia la situazione era quella.  Quando la operarono per rimetterglielo dentro, si complicò l’operazione e avrebbe dovuto vivere in un letto. Amici comuni presenti al fatto mi hanno detto che strillava che l’ammazzassero, e l’hanno esaudita.  Questa è stata la tragedia.


Qual è stata la più grande gratificazione della tua vita?

È successo a Palermo.  Il mio relatore di tesi, Alberto Spreafico, aveva molto fascino sui politici, perché era un signore con un grande aplomb, e aveva convinto il sindaco di Catania a far tenere un corso a noi giovani ruggenti. Catania allora aveva un dipartimento con giovani docenti di scienze sociali provenienti da tutta Italia, reclutati appunto da Spreafico.  Il corso da noi tenuto era rivolto ai dirigenti della provincia. Siccome ebbe successo, Spreafico lo esportò ai dirigenti della Regione Sicilia. Eravamo ospitati in un hotel di lusso, Villa Egea. I vari colleghi tennero corsi di una settimana ognuno della propria materia: scienza politica, sociologia economica, sociologia politica. Da ultimo il mio corso, metodologia, che giustamente è l’ancella delle altre materie. Assisteva il fior fiore dell’alta burocrazia siciliana: domande sempre interessanti.  Tra i pochi silenti ce n’era uno sui 35-40, bellissimo, davanti al quale molte facevano, con garbo, la ruota. A parte questo, io lo notavo solo perché negli intervalli si metteva al pianoforte in un angolo della sala e suonava Chopin per il godimento di tutti, assiepati attorno allo strumento.

Alla fine delle 4 settimane ci fu la festa finale, con il governatore della Sicilia, alcuni assessori, Spreafico e noi 4 docenti. Dopo i soliti discorsi di circostanza, la parola passa alla platea. Si alza quello che suonava Chopin e con tono pacato dice davanti a tutti: “Brindo al professor Marradi: ho due lauree, ma è la prima volta che mi capita di conoscere un professore universitario”.  Per me fu una sorpresa assoluta, perché lui non aveva mai fatto mostra di particolare interesse o apprezzamento.

Avendo insegnato per 41 anni, ho una cartella piena di decine, centinaia di apprezzamenti di ogni genere.  Ma forse vale la pena di menzionare rapidamente un’altra sorpresa assoluta.  Allora insegnavo, tra l’altro, statistica per le scienze sociali in due corsi di laurea a Bologna, e facevo lezione in un’aula ad anfiteatro, con almeno 200 studenti.  Camminavo per faccende non didattiche in Via Zamboni, zona universitaria; mi si ferma accanto una macchina e apre lo sportello un giovane che al momento non riconosco: 

Professore, lasci che le dia un passaggio: sono entrato nel suo corso a piedi e ne sono uscito in fuoriserie.

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